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Euro: la moneta unica rafforzata dalla Brexit?

In rialzo di oltre il 10% negli ultimi 12 mesi rispetto al dollaro statunitense, l’euro (EUR) segna una pausa in questo inizio del 2021, con grande soddisfazione delle imprese esportatrici dell’area dell’euro, messe a dura prova lo scorso anno. Nonostante un leggero calo rispetto alla sterlina britannica (GBP) in seguito all’accordo di libero scambio firmato […]

In breve

• L'impatto diretto della Brexit sull'euro è stato limitato, poiché il Regno Unito non ha mai fatto parte della zona euro né del meccanismo di cambio europeo.
• Le conseguenze economiche restano tuttavia molto reali: si prevede un buco di bilancio di quasi 60 miliardi di euro nell'UE entro il 2027.
• Dal referendum del 2016, i mercati finanziari britannici hanno sottoperformato in media rispetto a quelli della zona euro, rafforzando relativamente l'euro.

In rialzo di oltre il 10% negli ultimi 12 mesi rispetto al dollaro statunitense, l’euro (EUR) segna una pausa in questo inizio del 2021, con grande soddisfazione delle imprese esportatrici dell’area dell’euro, messe a dura prova lo scorso anno.

Nonostante un leggero calo rispetto alla sterlina britannica (GBP) in seguito all’accordo di libero scambio firmato tra Londra e Bruxelles, la moneta unica ha dunque, tutto sommato, retto piuttosto bene finora alla Brexit.

Tuttavia, per quanto sia allettante immaginare che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avrà nei prossimi mesi un impatto limitato sulla moneta unica, dato che il Paese non fa parte dell’area dell’euro, le cose non sono così semplici, e gli stretti legami commerciali intessuti oltre la Manica potrebbero ben pesare nell’equazione nel medio o lungo periodo. Vediamo perché.

Un impatto diretto limitato, ma conseguenze economiche molto concrete

A livello istituzionale, la Brexit comporta l’uscita del Regno Unito dal Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), che riunisce sia la Banca centrale europea (BCE), sia le banche centrali dei diciannove paesi membri dell’area dell’euro, sia le nove banche centrali dei paesi membri dell’UE che non fanno parte dell’area della moneta unica – la Banca d’Inghilterra (BoE) appartiene a quest’ultimo gruppo.

Tuttavia, sebbene il Regno Unito non fosse ovviamente mai entrato a far parte dell’area dell’euro, non partecipava nemmeno al meccanismo di cambio europeo che legava le valute nazionali dei paesi membri (esterni all’area dell’euro) alla moneta unica. Per questo motivo, l’entrata in vigore della Brexit, seguita dalla firma dell’accordo commerciale tra l’UE e il suo ex Stato membro lo scorso 24 dicembre, ha avuto solo un impatto diretto limitato sul valore dell’euro.

La Brexit comporta invece conseguenze molto concrete sull’economia europea, che influenzano e continueranno probabilmente a influenzare il valore della sua moneta. Per citarne solo una, i paesi membri dell’UE devono ora fare i conti con un buco di quasi 60 miliardi di euro nelle loro previsioni di bilancio all’orizzonte 2027!

Un rapporto di forze piuttosto favorevole all’euro

Dal referendum del 23 giugno 2016 sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea, i mercati finanziari britannici sottoperformano in media rispetto a quelli dell’area dell’euro (cosa che non avveniva prima del voto). Ad esempio, l’indice MSCI del Regno Unito registra un calo dell’8% dalla data del referendum, mentre quello dell’area dell’euro cresce di quasi il 32%.

Inoltre, la sterlina britannica, che al momento del voto sulla Brexit valeva 1,3089 euro, oggi ne vale solo 1,1285. Nonostante le numerose incertezze legate all’uscita di un partner commerciale fondamentale, la moneta unica conserva quindi finora tutta la sua forza e stabilità.

Andamento della coppia GBP/EUR

La coppia GBP/EUR è stata molto movimentata negli ultimi due decenni. Il crollo più spettacolare si è verificato durante la crisi finanziaria del 2008, quando la sterlina britannica ha perso quasi il 40% rispetto alla moneta unica, passando da 1,60 a 1,02 alla fine di dicembre 2008, livello che resta per il momento il più vicino alla parità. Dopo questo tracollo, tra il 2009 e il 2014, la sterlina britannica ha guadagnato robustezza e veniva scambiata in un intervallo tra 1,10 e 1,25. Il 2015 è stato segnato da un rialzo, poiché la coppia trattava intorno a 1,35-1,40. Un nuovo crollo (-25%) nel 2016 (voto dei britannici a favore della Brexit) ha annullato la tendenza rialzista dell’anno precedente con un ritorno a 1,10 e, ormai da cinque anni, la coppia oscilla tra un forte supporto a 1,08 e una grossa resistenza a 1,20.


Sul piano borsistico come su quello valutario, il vantaggio (o il male minore) sembra finora andare all’area dell’euro. Ma sul piano economico, qual è la situazione?

Sebbene sia ancora troppo presto per quantificare con precisione le conseguenze economiche della Brexit per l’area dell’euro, è comunque possibile descrivere i movimenti di attivi osservati tra le due aree economiche.

Infatti, il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha annunciato martedì 19 gennaio nuove delocalizzazioni per il 2021, sulla scia dei circa 2.500 posti di lavoro e dei 170 miliardi di euro di attivi londinesi trasferiti in Francia entro la fine del 2020.

Da parte sua, la Bundesbank tedesca ha dichiarato circa 400 miliardi di euro di attivi trasferiti, ai quali dovrebbero aggiungersi a breve altri 100 miliardi di euro della banca Morgan Stanley.

Questa ondata di imprese che migrano dal centro di Londra verso i principali centri finanziari europei è un’occasione ideale per l’UE per rafforzare le proprie infrastrutture. Questi movimenti di capitali sono in linea con l’annuncio della BCE del 2019, che stimava che 24 banche e quasi 1.300 miliardi di euro di attivi sarebbero passati, a termine, da Londra all’area dell’euro.

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